Reduce da un periodo perennemente sul chi va là, sedato a suon di letture assai zuccherose, l’appropriato antidoto per questi miei istanti da folle delirio andante, sentirmi bisognosa di una nuova avventura che sapesse suscitare in me forti emozioni da fremiti incontrollati, scosse elettriche lungo la spina dorsale che solo trepidanti scene avrebbero mai potuto generare, divenne, a quel punto, la normale conseguenza del troppo diabete accumulato, pagine e pagine di romance che, coccolandomi dolcemente, hanno reso più piacevole l’arco temporale durante il quale l’unica mia vera compagnia era l’ansia da prestazione universitaria.
Perciò, quando, come un fulmine a ciel sereno, mi si è presentata l’occasione di leggere un thriller, genere che molto spesso mi capita di bistrattare in quanto, non essendo una grande esperta della tale branca letteraria, non riesco mai a decidermi su quale opera affrontare in uno o nell’altro momento e, quindi, finisco irrimediabilmente a optare verso lidi d’inchiostro conosciuti al pari delle mie personali tasche, ho voluto cogliere l’opportunità elargitami dalla Leone Editore e addentrarmi ne Il mercante di morte di Craig Robertson, un libro ad alta tensione che incatena alle sue parole rigurgitanti adrenalina pura, traumatici capitoli che all’inizio coinvolgono in sordina il lettore, saggiando in punta di piedi il terreno, quasi incerti di ciò che troveranno e del risultato che otterranno, e poi lo investono totalmente, dispensando sbalorditive informazioni svelanti, pian piano, arcani misteri di un attuale che sa di antico e non si può dimenticare come niente fosse accaduto sul serio.
Nel nuovo appuntamento della rubrica Thr33 Words, voglio proprio parlarvi di questo titolo così accattivante da calamitare l’attenzione dell’ignaro pubblico fin dalle righe della sua sinossi, vocaboli precisi ed essenziali che, assumendo il ruolo di esperti cecchini, sanno chi colpire e la maniera tramite la quale farlo, agguantando il bersaglio senza alcuna difficoltà di sorta, colpendo il centro del suo scrigno pulsante ove marchiare a fuoco un’impronta indelebile da ricordare, per sempre.

Se il nuovo libro di Craig Robertson fosse classificato solo come semplice thriller, si compirebbe un peccato di portata epocale, uno di quegli sbagli in cui inconsapevolmente si inciampa per la superficialità dovuta a un esame marginale e non invasivo, uno scivolone provocato dall’ignorare tutte le carte chiamate in causa, considerando, quindi, solo quelle in tavola e, di conseguenza, evitando di prendere in esame anche gli assi nella manica, un errore che, una volta realizzata la sua effettiva esecuzione, ci si pente di aver assolto con leggerezza, stolto effetto di preconcetti stampati nel nostro abitudinario che risuonano con un’eco insistente pure nei casi in cui il silenzio sarebbe d’oro.
Infatti, aprendo il forziere de Il mercante di morte, si viene investiti da meraviglie letterarie che di solito impregnano particolari generi di china tanto discosti dalla categoria di scrittura dove i brividi regnano sovrani che, scontrandovisi con essi in un luogo non conforme alla loro mera natura, assale il disorientamento rivelandosi un poco per volta, come quando, per intravedere la sorpresa ignota al suo di sotto, si afferrano i lembi del telo occultatore di gioie sconosciute e, con snervante lentezza, lo si tira dolcemente, al pari della carezza che un amante riserva all’amato, eppure saldamente, presa sicura che, testardi, non si vuole mollare, in modo indipendente dagli avvenimenti in continua evoluzione a cui si è destinati, così da vedere davvero al di là e bearsi del panorama ritrovato.
Il primo colpito e affondato a cui sono stata sottoposta nella battaglia navale con l’autore inglese è il romanticismo inalato grazie ai suffumigi derivanti dalle sue frasi immediate che, trasformatesi in frecce letali, hanno espletato il loro compito di stiletti micidiali infilzando senza ritegno il mio cuore impreparato a simili effetti collaterali: la presente opera, per l’appunto, è riuscita a infondermi, alla sua maniera, peculiarità degne di una classica storia d’amore, dolcezza da una parte ed emozione dall’altra, un binomio che, a un impatto iniziale, spiazza per ovvie ragioni il pubblico osservante, ma che, instillandosi col contagocce, viene favorevolmente accolto con strabiliante facilità, una nota non stonata che sul pentagramma della memoria si imprime permanente e, quasi compensando le vicende narrate ne Il mercante di morte, porta i piatti della bilancia allo stesso livello, parità equanime tra avversari, stabilità necessaria fra titani. In aggiunta, non si devono dimenticare alcuni siparietti divertenti che Craig Robertson decide di elargire al lettore attraverso discorsi diretti tra i personaggi, individui che, in quelle precise situazioni, si lasciano andare alla propria esistenza, allietandoci con battute di spirito che provocano anche più di una risata nei voyeur letterari, a dimostrazione del fatto che, dopotutto, stanno vivendo davvero, lì, nel loro mondo, con noi, accanto a noi, per noi.

Le parole possiedono un potere immenso, oltre ogni umana comprensione: che esse servano a elogiare qualcuno, tessendone i pregi degni di infinite espressioni sciorinate e sembranti meritevoli agli occhi degli osservatori più disincantati, o che vengano utilizzate a consigliare il prossimo riguardo sue importanti problematiche necessitanti di pareri esterni per poter superare, uno alla volta, gli ostacoli posti dalla sorte sulla strada della sua vita, oppure che siano il conforto della spalla amica sulla quale ci siamo ritrovati a piangere calde e copiose lacrime, mettendo a dura prova i dotti delle nostre palpebre ormai gonfie dall’esperienza di un’afflizione assai profonda, perciò, qualsiasi sia l’obiettivo finale, di certo svincolato da esso, i vocaboli assumono un ruolo decisivo da cui, molto spesso, la nostra persona, suo malgrado, si ritrova a dipendere, comprovando così che i dialoghi intrattenuti hanno un peso notevole in grado di sollevarci dalle nostre zavorre personali, contraddittoria reazione che sembra voler quasi pareggiare i conti con l’universo, togliendo e aggiungendo pari quantità di diversa fattura.
Tuttavia, se non si presta la dovuta attenzione nel suo dosaggio controllato, il blablaese può fare decisamente male, coltello affilato che, girato ancora e ancora nella piaga, ferisce con orario continuato, aggiungendo al sangue secco già fuoriuscito nuove stille rosso purpuree che dissanguano un corpo stremato e quasi rassegnato all’inevitabilità della sua prematura dipartita. Craig Robertson non solo sa della presenza di questo vigore celato dall’unione di senso compiuto che soltanto sillabe precise potrebbero creare con assoluta perfezione, ma conosce anche la modalità tramite cui utilizzarlo a proprio vantaggio, (s)fortuna del lettore che, non avvisato, incespica nel piano cospiratorio dello scrittore: allestita con estrema cura e minuziosa precisione, una mostra di individui promiscui apre i battenti agli avventori de Il mercante di morte, sollevando il sipario su una realtà a cavallo di due mondi paralleli, ambo di facciate che, in una guerra di alternanze, si sfidano ogni giorno per il monopolio dell’esistenza, da una parte la vita luminosa che la normalità civile si aspetta di riscontrare, dall’altra l’oscuro esserci che, con lo scorrere del tempo, aumenta il magnetismo esercitato instillando nella mente ricettiva perversi interessi ormai impossibili da sedare, voglie improvvise che plasmano, su propria misura, con gli artigli tentacolari di cui sono rifornite, una creta ben disposta a farsi manipolare.
Spietato è, quindi, il risveglio al quale il lettore è sottoposto, inondato da una valanga di informazioni che, col senno di poi, forse avrebbe voluto ignorare; Spietato è l’autore a dispensare tali nozioni come se le ritenesse leggerezze della solita routine, non infarti micidiali che atterriscono senza preavviso; e, infine, Spietato è il cervello umano, l’unico organo capace di qualsiasi nefandezza, anche la regina delle improbabili.

Avete presente la dolce sensazione che facilmente si constata quando, rincasati dopo una lunga giornata trascorsa fuori, magari alla mercé di un’atmosfera glaciale ai massimi livelli, abbandonata la mise consuetudinaria nella quale compostezza e ordine rappresentano le chiavi di lettura ufficiali del nostro riflesso diurno, smessi, perciò, quei panni intrisi dell’inquinamento della realtà quasi a voler porre alla stessa un limite estremo dal quale tenersi lontana affinché non ci sia rischio di contagio nei confronti delle quattro mura familiari, si arpiona con gelosa bramosia la persona che, uscendo al mattino dal bozzolo accogliente della propria dimora, caldo rifugio in cui il tepore è desunto anche dall’aria intima in circolo nel suddetto luogo, avevamo ceduto per esibire la nostra personale maschera, sentendoci finalmente in pace con l’universo e il corpo di cui siamo provvisti, liberi, in conclusione, di essere noi stessi senza alcun assillo derivante? Questa percezione a dir poco meravigliosa, affettuoso abbraccio che infervora non solo le membra intirizzite ma anche il cuore desideroso di tenera profusione, è la medesima che viene a galla dalle acque de Il mercante di morte, impalpabili brezze che, provenienti da tre direzioni distinte e complementari, sul pelo del liquido cristallino letterario si instradano verso l’anima del pubblico sensibile a quel vento sollevato dallo scorrere delle pagine, risma delle stesse che si avvicendano intervallando tra loro capitoli brevi eppure intensi in un susseguirsi di costante evoluzione in corsa per l’apice della vetta, risoluzione dell’enigma principe e dei suoi misteriosi eredi.
Anzitutto, la storia narrata da Craig Robertson colpisce i punti cardine di ogni vagabondo che gironzola nel mare d’inchiostro dell’opera più recente dell’autore inglese, trascinando nelle sue spire mortali chiunque tenti la traversata con esito incognito non prendendo in considerazione le dovute precauzioni del caso, un lungo peregrinare che introduce ad ogni svolta ulteriori personaggi all’insieme, tela bianca che diventa col tempo il quadro finale preventivato fin dalla sua realizzazione puramente cerebrale, da un lato individui principali che vengono arricchiti ad ogni parola aggiunta, dall’altro secondarie comparse di forte impatto che assumono parti notevoli del tutto.
Tuttavia, è l’ultimo senso intrapreso che conduce al vero traguardo: la scrittura che identifica l’anima del testo è il caposaldo su cui si fonda la costruzione dell’architetto umanistico, uno stile che cattura soggiogando l’autonomia a un ferreo vincolo a cui ubbidire, un’impronta che distrugge e rade al suolo ogni difesa eretta per non piegare lo spirito agli altrui voleri, enorme talento sotto forma di penna che castiga, non nutrendo alcuna intenzione di farsi perdonare per questo.
Avvincente, non trovate?

 

 

 

 

Valutazione:

 

Scheda libro

Titolo: Il mercante di morte
Autore: Craig Robertson
Casa editrice: Leone Editore
Pagine: 416
Anno di pubblicazione: 2018
Genere: Gialli, Thriller
Costo versione cartacea: 14.90 euro
Costo versione ebook:
Link d’acquisto: Amazon (cartaceo)
Sinossi: All’alba di una fredda giornata d’aprile, i passeggeri del primo treno in partenza dalla stazione di Glasgow si trovano di fronte a uno spettacolo raccapricciante: il cadavere nudo e insanguinato di un giovane impiccato a un ponte. Nathan, l’assassino, è a bordo del treno e si gode compiaciuto il suo capolavoro. Rachel Narey esamina la scena del crimine e nota che manca la biancheria intima della vittima. Convinta che quella sia la chiave del caso, svolge ricerche in internet sui «trofei» prelevati dalle scene dei crimini e scopre così che esiste un mercato di macabri cimeli legati a fatti di sangue.