In settimana sole ovunque, anche negli scaffali delle librerie! Infatti è attesa una spolverata di novità luminose come la gioia che portano nei nostri occhi. Buona sbirciata.

 
 

 
 

Uscite del 17 aprile

 
 

 
 

Le mura di Cartavel. Gli eroi perduti Vol. 1 di Simone Laudiero

C’è un canto che risuona da millenni nei Paesi affacciati sulla Croce Azzurra. È il lamento degli eroi perduti, i paladini che hanno sconfitto le creature venute dal mare dando origine all’Era degli Uomini. Ora le stesse terre salvate dagli eroi sono sotto il dominio di una terribile potenza: Sarmora, che ha creato uno sterminato impero grazie all’itri, una sostanza capace di rendere invincibili in battaglia. Solo Cartavel separa Sarmora dalla conquista del grande mare di mezzo, eppure la città resiste, protetta dalle sue mura inespugnabili. Inutili sono gli assalti della flotta sarmoriana, che da due anni la cinge d’assedio e che ora ripone le ultime speranze nell’Isola di Ferro, la più spaventosa nave da guerra mai costruita. Quando il varo è alle porte, però, voci di un imminente sabotaggio minacciano la riuscita dell’impresa. Sarà la coraggiosa e ingenua Rovaine a doverlo sventare, in una missione in cui il suo destino si intreccerà a quello di altri inconsapevoli eroi: Ronac, indomita cercatrice di tesori, Sahon, saggio tutore del futuro sovrano, e il giovane Asul, che dovrà sfuggire alla morte per consegnare una lettera in grado di salvare il mondo.

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Lezioni di ballo per anziani e progrediti di Bohumil Hrabal

Lezioni di ballo per anziani e progrediti rappresenta uno dei risultati più originali della ricerca narrativa di Hrabal ed era l’unico suo grande libro non tradotto in italiano. In un inarrestabile monologo, un settantenne dalla buona memoria e dalla sfrenata fantasia racconta frammenti della sua vita ai tempi dell’Impero asburgico. I suoi ricordi di soldato «nell’esercito più bello del mondo», di operaio in una fabbrica di birra e di calzolaio per la ditta Salamander di Vienna si intrecciano con le storie di cappellani che scappano con qualche bella figliola, principi ereditari che si suicidano per amore, sfortunati cuochi militari che perdono la loro fasciatura nell’impasto per le salsicce, assassini seriali, donne vogliose e giovanotti che fanno figli a ripetizione ma «per prova»… Il tutto condito con strampalate massime attinte da un fantomatico libriccino intitolato Autoprotezione e igiene sessuale.

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Uscite del 18 aprile

 
 

 
 

Stagione di uragani di Fernanda Melchor

La Strega, la fattucchiera di La Matosa, viene ritrovata morta da un gruppo di ragazzini. Lei, che con i suoi intrugli rammendava corpo e spirito degli abitanti del villaggio, è riversa in poche dita d’acqua in un canneto. Come è arrivata fin lì? In un romanzo corale, dove attori e testimoni si susseguono in una narrazione vorticosa e ipnotica, Fernanda Melchor racconta una storia ispirata a fatti realmente accaduti e ricrea le vite di un villaggio del Messico rurale isolato dalla civiltà e corrotto dal traffico di droga, portando in luce le cause intime che si celano dietro ai gesti più spietati.

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Le regole non valgono di Ariel Levy

«Negli ultimi mesi ho perso mio figlio, mia moglie, e la mia casa». Il memoir di Ariel Levy comincia così, con la normalità che deflagra, e poi si sgretola. Il punto di collasso è la perdita di un bambino, avvenuta alla diciannovesima settimana di gravidanza nella stanza di un albergo di Ulaanbaatar, in Mongolia. Quando Ariel Levy torna a casa, la vita di prima – quella che ha programmaticamente costruito sulla libertà di autodeterminarsi, di fare della propria esistenza di donna tutto ciò che vuole, come lo vuole, contro le regole tradizionali – non esiste più. Al suo posto c’è solo un grumo di dolore e la consapevolezza difficile che l’unica a poter fare davvero ciò che vuole è madre natura: le sue sono le sole regole che valgono. Riconoscerlo segna per Ariel Levy il passaggio a una nuova fase della vita adulta, una lezione per imparare ad apprezzare meglio ciò che si possiede: «mentre tutto il resto è andato in pezzi, ciò che è rimasto intatto è qualcosa che ho sempre avuto, la cosa che mi ha reso una scrittrice: la curiosità. La speranza».

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La cheffe di Marie Ndiaye

Il narratore racconta la vita e la carriera della Chef, una cuoca divenuta un mito e di cui lui stesso è stato assistente e perdutamente innamorato. Al centro del racconto, la cucina è vissuta come un’avventura spirituale. Non che il piacere e il corpo ne siano esclusi: ma sono gli strumenti di un viaggio. La Chef è una donna estremamente pragmatica eppure sempre protesa verso un orizzonte di purezza. La prosa di Marie Ndiaye avvolge il lettore nel fascino ipnotico dei gesti infiniti, minimi, precisissimi delle mani che preparano un banchetto. Le pieghe dell’animo della Chef sono scandagliate con una determinazione calma, capace di dissolvere la penombra che vi si annida. Per svelarci una protagonista struggente, estrema, insieme malinconica e sensuale, grandiosa come i suoi piatti.

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Le rose di Elizabeth di Nikola Scott

Addie ha sempre avuto un rapporto difficile con sua madre, la famosa e stimata professoressa Elizabeth Harington, di cui non si è mai sentita all’altezza, soprattutto dopo aver scelto di diventare una semplice pasticciera. Adesso che Elizabeth non c’è più, Addie non può certo immaginare che tutto quello che aveva sempre creduto di sapere su sua madre verrà messo completamente in discussione. Un giorno un’estranea compare alla porta dicendo di essere la sua sorella gemella: qual è la verità? Chi era realmente Elizabeth Harington? Quale ombra si cela nel suo passato?
Una borsa di Hermès, una rosa nascosta in un libro, delle vecchie foto sono gli indizi che le ritrovate sorelle Addie e Phoebe seguiranno per mettersi sulle tracce della loro storia familiare. Una storia che le porterà nella magnifica tenuta di Hartland House, nel 1958. Qui la giovane Elizabeth viene mandata in vacanza dai genitori affinché non assista agli ultimi giorni di vita di sua madre. Dapprima triste e isolata, poi sempre più coinvolta dal gruppo di spensierati coetanei, Liz comincia a confidare al suo diario le avventure di un’estate indimenticabile che cambierà per sempre il suo destino…

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Uscite del 19 aprile

 
 

 
 

Vittoria di Barbara Fiorio

Vittoria non crede nella spiritualità dei manuali, negli aforismi da calamite e soprattutto non crede nei cartomanti: molto meglio un piatto di trenette al pesto con un’amica che farsi leggere i tarocchi. Fotografa genovese con alle spalle alcune pubblicità di successo, è sempre riuscita a navigare tra le difficoltà della vita grazie a un valido mix di buonsenso e ironia. Credeva anche di aver trovato l’amore ma, quando Federico se ne va, lasciandola sola in una casa piena di ricordi, il mondo le crolla addosso. Disorientata e in profonda crisi creativa, Vittoria si ritrova a quarantasei anni senza compagno, senza lavoro e senza sapere più con quali soldi comprare le crocchette a Sugo, il suo adorato gatto. A soccorrerla arriva un aiuto inatteso, sotto forma di un mazzo di tarocchi che suo malgrado, e nonostante il suo scetticismo, scopre di saper leggere con imprevedibile talento. E così, tra la carta dell’Eremita che le ricorda Obi-Wan Kenobi e la Ruota della fortuna che sembra un party psichedelico, nel suo salotto fanno la loro comparsa tanti volti nuovi, consultanti di ogni età che le portano uova fresche, insalatina a chilometro zero e ratafià in cambio di un vaticinio. Circondata da anime gentili che come lei cercano di rammendare il loro cuore spezzato, e da amici fidati che per mesi la incoraggiano e la proteggono, Vittoria senza rendersene conto tornerà pian piano ad ascoltare il mondo che la circonda ritrovando, insieme alla vena creativa, la forza di credere in se stessa.

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Nostalgia di un altro mondo di Ottessa Moshfegh

La verità che emerge da questi quattordici racconti di Ottessa Moshfegh, apparsi sulle migliori riviste americane di letteratura, è soprattutto nel modo in cui il grottesco e l’oltraggioso sono pervasi di tenerezza e compassione. Tutti i personaggi della raccolta vorrebbero essere persone migliori. Tutti tentano di riconnettersi agli altri e, inevitabilmente, inciampano nei loro stessi impulsi, nelle loro stesse insicurezze esistenziali. E agli occhi dell’autrice questo forse non è un male, al contrario, è la tragicomica, struggente bellezza dell’esistenza. Ecco allora insegnanti che trovano nel consumo di stupefacenti un inatteso sollievo dal soffocante mondo della scuola, vedovi che rimpiazzano la moglie con una molto più appassionante collezione di piante grasse, donne che non riescono a spiegarsi la propria irresistibile attrazione per uomini davvero infrequentabili, futuri padri spaventati dal loro destino, gemelli convinti di provenire da altri pianeti che architettano piani micidiali per far ritorno a casa. Con una scrittura limpida e veloce, Ottessa Moshfegh ci offre quattordici storie tenere e divertenti, nichilisticamente compassionevoli per raccontare altrettante esistenze perdute, tra autoinganni, morti improvvise e molto humour nero. Perché il mondo è un posto difficile e la vita è in effetti complicata, e proprio in questa fragile idea possiamo trovare la forza per continuare ad affrontare le improbabili sfide della vita.

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Giochi cattivi di Massimo Donati

Roberto e Mario sono in quell’età in cui non si è più bambini ma non si è ancora ragazzi. Nell’estate del 1981 giocano a diventare grandi a Madonna della Neve, piccola frazione alpina in provincia di Trento. Per loro la montagna è sentire la concretezza del mondo appiccicarsi alla pelle, muovere il corpo, mischiarsi con i pensieri: ma di quei boschi, di quei picchi, sentono manifestarsi il lato più minaccioso e inquieto. E anche l’amicizia a volte può prendere strade pericolose e portare a pensieri vietati, a sperimentare il proibito. I due amici cominciano a dividere il mondo in bambini-bambini, i più disprezzabili, e i non-bambini, quelli come loro; a saggiare la reciproca resistenza al dolore; a mettere alla prova le proprie paure scavando buche profonde, nell’anno in cui a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi perde la vita in un pozzo artesiano. Ma non basta, si deve andare oltre e compiere un’impresa da ricordare, un’escursione difficile anche per adulti esperti, che renda sacra l’amicizia, perché niente possa essere più come prima. E lì, dove comincia l’ascesa alle Colme, ha inizio la colpa che non prevede perdono. Trent’anni dopo, Roberto è costretto a tornare alla casa natia, dopo la morte del padre Carlo. La breve permanenza prevista si trasforma in una cattività obbligata, dove il ricordo dei genitori e di quello che è andato perduto rischia di annientare quanto è stato faticosamente costruito, lontano da lì. Per sistemare l’eredità, Roberto deve trovare Rosa, la madre di Mario, della quale sembrano essersi perse le tracce. Il ritorno diventa per Roberto l’occasione – in parte orchestrata da Carlo in un congedo postumo – per fare i conti con il proprio passato, con le proprie responsabilità, in un crescendo di rivelazioni e scoperte.

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Aspettando Monsieur Bellivier di Britta Röstlund

«Aspetta Monsieur Bellivier?» A questa domanda, posta quasi come una formula in codice, Helena Folasadu, giornalista freelance seduta in un caffè di Parigi, dovrebbe naturalmente rispondere di no. Non conosce l’uomo che le ha rivolto la domanda e non conosce nessun Monsieur Bellivier, né tantomeno lo sta aspettando. Eppure asseconda l’istinto e dice di sì, ritrovandosi a dover assolvere un incarico piuttosto criptico, grazie al quale spera di realizzare uno scoop. Intanto Mancebo, che sulla strada che porta al Sacro Cuore gestisce un piccolo negozio di alimentari da cui affiorano i profumi delle spezie della sua terra nordafricana, viene avvicinato da una donna che abita lì di fronte. Sarebbe disposto, in cambio di un compenso, a spiare per lei il marito? Considerando che se ne sta tutto il giorno seduto sul suo sgabello a osservare la gente che passa, nessuno ci farebbe caso. Sorpreso della sua stessa decisione, Mancebo accetta, e da quel momento comincia a guardare quello che accade fuori dalla porta del suo negozio con occhi diversi, interrogandosi sulle persone a lui più vicine, a partire dalla sua grande famiglia carica di segreti ingombranti. Nella sua nuova veste di detective, incontrerà – tra gli altri – diversi bambini a caccia di taccuini cinesi, un anziano e stravagante signore tormentato dai ricordi, uno scrittore forse fedifrago, e tutte le persone e cose che attraversano la loro strada, compresi diversi mazzi di fiori e un numero imprecisato di sigarette. Quando le missioni di Helena e Mancebo finiranno per incrociarsi, una volta risolto il mistero e dispersa la nebbia di menzogne in cui erano rimasti avviluppati, i due capiranno che forse, per fare tesoro delle proprie esperienze, non è necessario vivere qualcosa di travolgente

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Il peso dell’inchiostro di Rachel Kadish

Londra, novembre 2000. Helen Watt, una studiosa di storia ebraica sull’orlo di un pensionamento obbligato, viene convocata per visionare alcuni documenti ritrovati in una casa del tardo XVII secolo. Consulenze come questa non sono insolite, nella sua professione: talvolta capita di scoprire vecchie carte in una soffitta oppure sul fondo di un baule di famiglia e, se non si intende informare la Soprintendenza, ci si rivolge alla facoltà di Storia dell’Università. Il giorno prima, però, un uomo ha telefonato chiedendo specificamente di lei. Giunta sul posto, Helen non riesce a trattenere l’emozione: all’interno di un ripostiglio segreto, nel vano rettangolare nascosto da un pannello, la aspettano due palchetti colmi di documenti: lettere in ebraico e portoghese risalenti a più di tre secoli prima, fascicoli sciolti, volumi rilegati in cuoio dai dorsi sbiaditi. Una testimonianza inedita e preziosa della rifondazione della comunità ebraica dopo quasi quattro secoli di espulsione dal suolo inglese.
Avvalendosi dell’aiuto di Aaron Levy, uno studente americano alle prese con una tesi sulle possibili connessioni fra l’opera di Shakespeare e gli ebrei rifugiatisi nella Londra elisabettiana per sfuggire alle persecuzioni, Helen scopre che le lettere appartengono al rabbino HaCoen Mendes, uno dei primi insegnanti della rifondata comunità ebraica londinese, accecato dall’Inquisizione in gioventù.
Vergate per lui da uno scriba, le lettere recano in basso, nell’angolo a destra, la lettera ebraica aleph, iniziale del nome del misterioso copista, su cui si concentrano le ricerche dei due studiosi. Ricerche che li condurranno dinnanzi a una sconcertante rivelazione: a tradurre sulla carta i pensieri del rabbino non era, come hanno creduto sino a quel momento, un suo studente, ma una donna. Poco alla volta, dalle pergamene finemente vergate, emerge il ritratto di Ester Velasquez, una giovane ebrea che, nella Londra del XVII secolo, combatte per le uniche due cose capaci di dare un senso alla sua esistenza: la libertà e la sete di conoscenza.

Ricco di dettagli storici e impeccabilmente scritto, Il peso dell’inchiostro «introduce i lettori al mondo anglo-ebraico del XVII secolo. La narrazione dal ritmo incalzante e i personaggi ben tratteggiati resteranno a lungo nel loro cuore» (Library Journal).

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Il nostro comune nemico di Jean-Claude Michéa

«Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te»: è la parola d’ordine del Maggio’68. Uno slogan che traduce perfettamente l’essenza stessa della sinistra progressista: l’idea che la lotta consista nel lasciarsi sempre alle spalle il vecchio mondo in quanto tale e correre incontro al nuovo.
È tuttavia questa la prospettiva propria del socialismo? Abbracciare il mondo nuovo in quanto tale? Il mondo, ad esempio, che la sinistra liberale odierna ha già palesemente fatto suo, quello del riscaldamento globale, di Goldman Sachs della Silicon Valley? Jean-Claude Michéa prova a rispondere a questi interrogativi nelle pagine che seguono composte da scritti e interviste risalenti a periodi differenti.
Il primo nume tutelare che alimenta il pensiero di Michéa è, naturalmente, Karl Marx, precisamente il Marx del Capitale che svela i meccanismi della società moderna per attrezzare la lotta dei lavoratori non per abbracciare il mondo nuovo, ma esattamente per combatterlo, in quanto mondo che annuncia un’alienazione e una schiavitù senza pari.
Tra i numi tutelari di Michéa figurano, tra gli altri, anche l’Orwell della common decency, Marcel Mauss con la sua teoria del dono e Guy Debord con la sua critica della società dello spettacolo e della «dissoluzione di tutti i legami sociali». Numi chiamati tutti a sostenere «l’urgenza di tornare al tesoro perduto della critica socialista originaria, perché […] oggi, al tempo della globalizzazione e del liberismo trionfante, ciò che minaccia di distruggere la natura e l’umanità stessa […] è innanzitutto il continuo e dissennato perseguimento del tornaconto capitalistico».
Il nostro comune nemico, da questo punto di vista, non è affatto, per Michéa, il mondo vecchio che, per dirla con l’ironia propria di Orwell, non era fatto soltanto di guerra, nazionalismo e religione, ma anche di professori di greco, poeti e cavalli, ma il nuovo ordine della libertà del profitto, quella libertà che si impone quotidianamente attraverso il discorso retorico dei media e che, come scriveva Debord, si è ormai «costretti ad amare».

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N.B. La maggior parte dei titoli elencati uscirà sia in cartaceo che in ebook, ma alcuni per ora saranno disponibili solo nell’uno o nell’altro formato.