E si ritorna a leggere le richieste ancora pendenti nella mia lista “To Be Read”. Quest’oggi, scopriremo insieme Vanità di potenza di Giulia Esse, uno storico la cui trama si snoda tra una Vienna solamente abbozzata e Venezia, fulcro delle vicende ivi narrate. Non so davvero cosa mi aspettassi da questa lettura: da una parte alcuni aspetti mi hanno certamente colpita e affondata, meglio che in una partita a battaglia navale; dall’altro lato, invece, alcuni dettagli del romanzo non mi hanno entusiasmata particolarmente. Diciamo che, però, come esordio non passa assolutamente inosservato: è di certo un buon punto di partenza per questa scrittrice.

Anna Sommer sta guardando fuori dall’unica finestra della piccola e umile mansarda dove abita assieme al marito Lorenzo: il panorama viennese innevato sembra rispecchiare molto ciò che questa giovane donna prova nel profondo del suo cuore. Mentre aspetta il consorte, si ritrova a pensare e ripensare alla vita passata con i suoi genitori, a quella che sta trascorrendo con la sua dolce metà e al futuro che sembra sempre più incerto, ogni ulteriore secondo che scorre implacabile e imperdonabile. Non è mai stata benestante o agiata, ma sicuramente la sua esistenza era degna di essere vissuta, niente paragonabile, comunque, a quello che ora possiede, o meglio non possiede. Dopotutto, il capofamiglia non faceva mancare nulla in casa, grazie alle sue conoscenze altolocate alle quali impartiva lezioni di musica. Ebbene sì, il genitore di Anna era un grande insegnante di questa nobile arte, per cui la ragazza fin da giovanissima percepiva un immenso e totale amore. Peccato che il padre non era dello stesso avviso. Mai le aveva permesso di cimentarsi e diventarne un’esperta come lui: questa piccola bambina cercava in ogni modo di intrufolarsi, senza farsi notare, nelle stanze dove venivano elargiti le stille fondamentali per poter riuscire a suonare uno strumento musicale. Più di così, la nostra protagonista non ha potuto fare. A pensarci bene, forse proprio per questa ragione la sorte l’ha fatta innamorare di un violinista squattrinato, Lorenzo, il quale, però, a differenza della moglie, non nutre alcun trasporto per le note stampate sul pentagramma: nonostante fosse privo di un qualche talento, in tutti i modi, suo zio, Fosco Alvise Candiani, aveva cercato di indirizzarlo verso l’amore sconfinato che egli stesso sente per la musica, ma, a parte allontanarlo da sé e dalla meta prevista, non ha fatto molto altro. Come si può andare avanti così? Il passato e il presente non sono dei migliori: come potrebbe mai esserlo il futuro? Se poi il marito, proprio quella sera, torna alla mansarda-casa, con il volto ferito e tumefatto, come se fosse stato la vittima di un qualche agguato da parte di chicchessia, e, inoltre, proprio lui la avvisa che sono costretti a ritornare a Venezia, luogo da cui Lorenzo era fuggito per dimenticare e dimenticarsi della vita vissuta sotto l’ala protettiva di Fosco, per delle minacce ricevute a causa di un debito ingente di cui proprio il signor Sommer è l’unico fautore, Anna cosa potrebbe mai aspettarsi dal domani? Le decisioni ormai sono prese e lei non può ribellarsi, pena forse la morte di entrambi. Non le resta altro che sperare, con tutto il cuore, che il soggiorno italiano sancisca la rinascita non solo del suo matrimonio ma anche di suo marito.

Il cambiamento. Quante volte capita che il solo pensiero di modificare il proprio stile di vita, di ridefinire il proprio atteggiamento verso sé stessi e gli altri, di svecchiare per il bene del progresso le proprie convinzioni così ben radicate in noi da risultare ancorate nel nostro cervello, una sorta di Excalibur, tenace e forte nella sua posizione ben precisa in quella sua roccia, rifugio dove nessuno può osare toccarla e usarla per i propri scopi infimi e di bassa lega, ecco, quante volte questo flusso di elucubrazioni ci spaventa a tal punto da farci desiderare una stasi perenne, pur di non essere costretti ad adattarci a una nuova vita che al momento ci fa solo paura? Quando ormai l’abitudine costella la nostra esistenza da tempo, è difficile voler buttarsi nel nuovo, in quelle novità giunte come un fulmine a ciel sereno nell’istante meno opportuno che potevano scegliere per la loro venuta, rimodernando quindi ciò che ci ha accompagnato passo passo in questa vita, lasciando la possibilità alle innovazioni di raggiungerci, ghermirci e sconvolgerci il quotidiano.
Non è facile permettere tutto questo. Non è semplice cambiare da un giorno con l’altro. Eppure, molto spesso ci si ritrova in mezzo a eventi portatori di scompiglio non solo interiore, obbligandoci a fronteggiarli senza un attimo di tregua, senza poterci nemmeno preparare a ciò che ci aspetta, a ciò che siamo destinati ad accogliere, nel bene e nel male, più o meno a braccia aperte. Con la nuova realtà sbattuta in faccia, dove mai potremmo sentirci protetti e al sicuro se non nel passato, in ciò che siamo stati, in ciò che siamo ancora ma che da un momento all’altro dobbiamo salutare con un addio malinconico e definitivo? Ritornare alle origini, quelle lontane e care amiche che ci rimembrano i bei tempi, quando tutto il nostro universo su piccola scala era perfetto o comunque si avvicinava di molto a quello status quo, quando la sicurezza di ciò che eravamo, rappresentavamo e avevamo si faceva sentire con la sua presenza costante e lì, in bella mostra, sempre pronta a confortarci negli istanti di maggior bisogno e aiuto, ritornare a questi istanti indimenticabili, che ci hanno forgiati, e indispensabili, che ci hanno permesso una vita rigogliosa e rispettabile, è presto detto, facile come un battito di mani, subitaneo come l’abbassarsi e il rialzarsi delle palpebre sugli occhi, sipari che calano e si aprono sul teatro della nostra esistenza, scandendo attimi brevi e interminabili insieme, dietro i quali è più semplice rivivere nei ricordi remoti eppure vicini, a cui ci appelliamo, ci aggrappiamo con tutte le forze pur di non affogare negli avvenimenti che ci circondano, famelici e impietosi nel loro essere.
A questo punto, in ogni modo cerchiamo di celebrare ciò che è stato per non dimenticarlo, per rinvigorire e risentire all’infinito la sua eco incantevoli e incantatrice, voce antica che riverbera nei nostri cuori bisognosi di quell’affetto che solo le consuetudini possono infonderci senza limiti. L’arte aiuta a elogiare con grandiosità tutto ciò che lo merita, elevandolo a una posizione più confacente, più meritevole della sua natura. Tra tutte queste espressioni possibili, annoveriamo sicuramente la musica che, in Vanità di potenza si riveste di notevole importanza, calandosi nei panni della manifestazione dei sentimenti, delle emozioni che la bellezza suscita, degli stati d’animo che un particolare evento determina in noi, celebrando coi non solo l’esteriorità ma anche l’interiorità più profonda di qualsiasi essere, di qualsiasi entità, di qualsiasi vita. Mentre le note si rincorrono sul pentagramma, crome e semicrome che si intervallano alle pause, dando un ritmo tutto loro, creando una sinfonia, magari “agghindata” con qualche abbellimento posto solo dove è necessario per rendere la composizione completa e perfetta, Venezia viene animata dallo sciabordio delle gondole nei rii della cittadina, resa viva anche dai suoi abitando che, con il loro esistere, arricchiscono la regina della laguna e si specchiano nei suoi canali, come le note sul rigo, donandole la personalità che più la contraddistingue e ricevendone la sua, così da ricreare insieme a essa la città di San Marco, che ora, però, non è più al sicuro: la muraglia che la proteggeva, infatti, si sta consumando, cedendo ai nuovi venuti, coloro che la deturperanno sicuramente, la insozzeranno, lordandola e sacrificando il suo spirito nobile per fini non meritevoli nemmeno della minima attenzione.
La musica, come tutto il resto, rallenta il passo, per proseguire, o meglio, rimanere a fianco di Venezia, a braccetto con essa, facendola risplendere della sua arcaica bellezza, quella non attuale segnata dal tempo e dagli eventi, quella limpida e pura, vera e magnifica nella sua complessità, unica e rara come una perla racchiusa in una conchiglia minuscola, portatrice di tesori di inestimabile valore. Il fermo immagine è in atto. Vediamo molto più nitidamente le differenze sociali, in particolar modo la figura femminile di un certo rango, concepita come un suppellettile, un bell’ornamento da sfoggiare, istruita quanto basta in ogni campo, un po’ più di una semplice popolana, non troppo da far sfigurare la sua controparte maschile. Può capitare, però, di incappare in pesci fuor d’acqua, salmoni che tentano di risalire la corrente, facendosi notare, loro malgrado, per le caratteristiche particolari, quali testardaggine, caparbietà, desiderio di rivalsa e anche quel leggere astio nei confronti della figura della donna, vista in maniera così superficiale da quasi vergognarsene. Quando viene interpretata una simile scena sul teatro della pubblica piazza, basta un solo istante affinché la gente parli tra loro, giudichi, spari a raffica sentenza senza cognizione di causa, solo per dar aria alla bocca, sputando parole velenose per il solo gusto di farlo, saziando la loro sete di ingordigia nei confronti della maldicenze, solitamente pettegolezzi senza fondamento alcuno. E la vergogna di ciò che la gente crede di sapere sul nostro conto divampa, facendo terra bruciata della reputazione che avevamo raggiunto con tanta fatica, della nostra posizione nella comunità che in un soffio viene cancellata, spazzata via con una tabula rasa, lasciando il nulla dove dobbiamo iniziare a creare un nuovo mondo personale nel quale ricominciare a essere in una versione completamente inedita, adatta, però, alle novità portare dallo scorrere del tempo.
Adattarsi è un processo inesorabile a cui dobbiamo rispondere, senza tirarci indietro, anche se questo significa voltare pagina, chiudendo definitivamente il libro che più amiamo leggere e rileggere, anche se siamo così obbligati a cambiare la nostra solita rotta, andando in esplorazione di nuovi lidi sconosciuti da scoprire e far nostri per sempre.

Vanità di potenza adotta uno stile consono all’ambientazione temporale del romanzo, usando, quindi, un linguaggio ricercato che non appesantisce in alcun modo la lettura, permettendo un’immersione completa nella storia di Anna, una ragazza che, con l’avanzare dei capitoli, si risveglia come da un brutto sogno, ricevendo una doccia gelata che la segnerà in maniera imperitura. Giulia Esse utilizza, forse con troppa poca accortezza e destrezza, costrutti letterari senza verbo che, proprio per la loro presenza più che prolifica, rischiano di rallentare il ritmo, frenando il suo pubblico laddove vorrebbe solamente rincorrere le parole scritte, spinto dalla foga di sapere tutti i dettagli, i quali, però, risultano essere approssimati in alcune parti della storia, come se il libro fosse semplicemente una bozza della vera opera dell’autrice. Nonostante questo, tuttavia, consiglio questo romanzo, soprattutto a chi vuole leggere qualcosa di diverso nelle sue fattezze, di particolare nella sua stranezza e di imprevedibile nel suo svolgersi curioso.

Il fuoco prima di esistere non esiste. Lo stesso vale per la musica. Prima che venga riportata fra gli strumenti essa dov’è? E le passioni non sono costanti, le passioni nascono dal non essere che si tramuta per diventare essere.

Chiacchierando con Giulia…

Cosa ti ha spinto a intraprendere la tua carriera di scrittrice?

Non mi considero ancora una scrittrice, a dire il vero, e parlare di carriera potrebbe essere avventato. La scrittura comporta un lavoro impegnativo, che va oltre la stesura di una storia. Fino ad ora non riesco a reputarmi una scrittrice, perché per esserlo dovrei avere competenze che ancora non sono certa di avere. Ciò che mi porta a scrivere, ad ogni modo, è il divertimento. Un hobby faticoso, ma soddisfacente.

Dove hai trovato l’ispirazione per il tuo romanzo?

Fra le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Foscolo e Napoleone mi hanno dato l’ispirazione per la stesura di una storia che avevo intenzione di ritagliare da un angolo leggermente diverso. Siamo abituati a conoscere i poeti e gli intellettuali italiani che credevano nel sogno napoleonico. Ero curiosa, invece, di studiare coloro che sin dall’inizio non credevano nella sua figura.

Sei un’appassionata di musica? Quale ruolo gioca quest’arte nella tua vita?

Amo la musica classica, ma non sono una conoscitrice. Vedo la musica più da un punto di vista filosofico, come Schopenhauer, credo che sia un’arte che vada oltre la materia, l’unica che può esistere anche senza il mondo.

Durante la lettura ho potuto notare la descrizione minuziosa e molto particolareggiata di Venezia, precisazione che mi ha permesso di catapultarmi lì in men che non si dica. Come mai hai scelto proprio la città lagunare per ambientare il tuo romanzo?

Ho scelto Venezia perché rispecchia perfettamente l’interiorità dei personaggi. E’ una città ambigua, doppia, ma soprattutto illusoria. Venezia nasce per incantare, per essere decantata dai poeti e dagli scrittori, e spesso questa Venezia è ben differente da quella reale. Inoltre, la Venezia di fine ‘700 mi affascinava proprio perché avrei potuto descriverne la morte, quando la Serenissima è caduta.

Infine, parliamo di Lorenzo, un personaggio in continua fuga. Ti è mai capitato di scappare quando la situazione si faceva insostenibile?

Decisamente sì, quando non ero sicura di aver studiato abbastanza per un esame universitario.

 

 

Valutazione:

 

Scheda libro

Titolo: Vanità di potenza
Autore: Giulia Esse
Casa editrice: Youcanprint
Pagine: 236
Anno di pubblicazione: 2016
Traduttore:
Genere: Narrativa storica
Costo versione cartacea: 12.75 euro
Costo versione ebook: 1.99 euro